Quando un allenamento di basket sembra “duro”, non sempre il cronometro o la frequenza cardiaca raccontano tutta la storia. La scala di Borg aiuta a trasformare quella sensazione in un dato utile, così posso capire quanto è stato impegnativo un lavoro, confrontare sedute diverse e gestire meglio il recupero. Qui trovi i valori da 6 a 20, la differenza con la scala CR10 e un metodo pratico per applicarla anche agli allenamenti di squadra.
Il modo più semplice per usare la percezione dello sforzo
- 6-20 misura quanto lo sforzo viene percepito, dal riposo allo sforzo massimale.
- 13-14 indica in genere un lavoro moderato, sostenibile ma già impegnativo.
- 17-19 corrisponde a un’intensità molto alta o quasi massimale.
- Nel basket è spesso più pratica la CR10, da 0 a 10, soprattutto per calcolare il carico della seduta.
- Il carico interno si può stimare con RPE × minuti di allenamento.
- Il punteggio va interpretato insieme a durata, sonno, stress, temperatura e frequenza cardiaca.

Cosa misura davvero la percezione dello sforzo
La valutazione RPE, cioè il “rate of perceived exertion”, misura quanto intenso viene percepito un esercizio. Non considera soltanto il respiro. Entrano in gioco anche la fatica muscolare, la difficoltà tecnica, il dolore, la motivazione e la sensazione generale di esaurimento.
Il suo punto di forza è la semplicità. Un giocatore può comunicare in pochi secondi come ha vissuto una seduta, anche quando non indossa un cardiofrequenzimetro o un dispositivo GPS. Per questo la uso come fotografia del carico interno, cioè della risposta personale dell’atleta al lavoro svolto.
Un allenamento identico può produrre punteggi diversi in due persone. La stessa seduta, inoltre, può sembrare più pesante dopo una notte difficile o durante una settimana con molte partite. Il numero non è quindi una verità assoluta, ma un’informazione individuale che diventa molto utile quando viene raccolta con regolarità.
Come leggere i valori da 6 a 20
La versione originale utilizza una scala da 6 a 20. L’intervallo è stato scelto anche perché, in condizioni generali, il valore moltiplicato per dieci può ricordare la frequenza cardiaca durante lo sforzo. Si tratta però di una stima approssimativa, non di una formula per calcolare la propria frequenza massima.
| Valore | Percezione | Esempio pratico |
|---|---|---|
| 6 | Nessuno sforzo | Riposo |
| 7-8 | Molto, molto leggero | Mobilità e riscaldamento tranquillo |
| 9-10 | Molto leggero | Corsa blanda e tecnica senza pressione |
| 11-12 | Leggero | Lavoro aerobico controllato |
| 13-14 | Abbastanza impegnativo | Esercitazioni prolungate a ritmo sostenibile |
| 15-16 | Duro | Ripetute, transizioni e lavori ad alta intensità |
| 17-18 | Molto duro | Partita intensa o intervalli vicini al limite |
| 19 | Quasi massimale | Sforzo breve con recupero ampio |
| 20 | Massimo | Impegno che non si potrebbe mantenere più a lungo |
Il valore più importante non è il 20 in sé, ma la coerenza nel tempo. Se un atleta assegna sempre 15 a una seduta che per il coach dovrebbe essere moderata, probabilmente bisogna rivedere il volume, il recupero o le condizioni in cui si allena.
Non bisogna confondere questa scala con la CR10, che va da 0 a 10. Entrambe misurano la fatica percepita, ma i numeri non sono intercambiabili automaticamente. Nel basket si incontra spesso la CR10 perché è più rapida da usare dopo una seduta complessa.
Come applicarla a un allenamento di basket
Per ottenere una risposta abbastanza attendibile, chiedo all’atleta di valutare la seduta circa 20-30 minuti dopo la fine. In questo modo il punteggio descrive l’allenamento nel suo complesso e non soltanto l’ultima azione, magari una serie di sprint o una partita finale molto intensa.
La domanda deve essere semplice: “Quanto è stato impegnativo l’allenamento nel suo insieme?”. Non chiederei invece soltanto quanto sono state dure le gambe, perché in quel caso si rischia di misurare una parte della seduta e non il carico globale.
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Tre esempi concreti
- Un allenamento tecnico di 90 minuti valutato 11 su 20 è leggero o moderato. Il giocatore lavora, ma conserva buone riserve.
- Una seduta di 75 minuti con esercizi di rapidità, contropiede e 5 contro 5 valutata 16 su 20 è dura e richiede un recupero adeguato.
- Un lavoro di tiro e tattica di 60 minuti valutato 8 su 10 nella CR10 è molto intenso, anche se la frequenza cardiaca media potrebbe non sembrare elevata.
Quest’ultimo caso è frequente nel basket. Le pause, i cambi di direzione e gli esercizi di forza possono rendere la seduta molto pesante senza mantenere il cuore a un livello elevato per tutto il tempo. La percezione completa meglio i dati esterni, come minuti giocati, distanza, accelerazioni e salti.
Dal punteggio al carico della seduta
La formula più pratica è il metodo session-RPE. Si moltiplica il punteggio percepito per la durata dell’allenamento in minuti. Il risultato viene espresso in unità arbitrarie, utili soprattutto per confrontare le sedute dello stesso atleta.
| Durata | RPE CR10 | Carico stimato |
|---|---|---|
| 60 minuti | 4 | 240 unità |
| 75 minuti | 6 | 450 unità |
| 90 minuti | 7 | 630 unità |
| 120 minuti | 8 | 960 unità |
Il calcolo mostra perché durata e intensità vanno osservate insieme. Una seduta lunga e moderata può creare un carico simile a una seduta breve ma molto intensa. Per esempio, 120 minuti a RPE 5 producono 600 unità, quasi quanto 60 minuti a RPE 10.
Su base settimanale posso sommare i carichi e individuare aumenti improvvisi. Non esiste però una soglia universale che stabilisca quando un totale sia sicuro o eccessivo. La risposta dipende dal livello dell’atleta, dalla fase della stagione, dalle partite e dalla storia degli infortuni.
Quando il punteggio può ingannare
La percezione dello sforzo è soggettiva e va interpretata con attenzione. Un atleta esperto può riconoscere meglio la differenza tra “duro” e “massimale”, mentre un principiante tende talvolta a sottostimare o sovrastimare ciò che sente.
- Sonno insufficiente e stress mentale possono aumentare il punteggio anche con lo stesso programma.
- Caldo, umidità e disidratazione rendono spesso più pesante il lavoro cardiovascolare.
- Dolori localizzati possono far percepire una seduta come molto dura senza indicare un carico generale elevato.
- Motivazione e pressione agonistica possono alterare la risposta, soprattutto prima di una partita.
- Un atleta molto motivato può dichiarare un punteggio basso pur essendo vicino al limite.
Per ridurre gli errori, mantengo sempre la stessa scala, la stessa domanda e un momento di raccolta simile. Evito anche di chiedere il punteggio davanti ai compagni, perché il confronto sociale può spingere qualcuno a rispondere per orgoglio anziché in modo sincero.
Il dato diventa più solido quando lo confronto con frequenza cardiaca, durata, qualità del sonno e stato muscolare. Se tutti gli indicatori raccontano la stessa storia, posso fidarmi maggiormente. Se invece divergono molto, serve una valutazione più prudente.
Come usarla senza trasformarla in un voto
Il numero non deve diventare un giudizio sull’atleta. Un RPE alto non significa che la seduta sia stata sbagliata, così come un RPE basso non dimostra automaticamente che il lavoro sia stato insufficiente. Il suo compito è aiutare a prendere decisioni migliori sul carico successivo.
Se per tre o quattro sedute consecutive un giocatore assegna valori più alti del solito, controllerei prima recupero, alimentazione, minuti di gioco e dolore residuo. Potrebbe essere il momento di ridurre il volume, inserire una giornata più leggera o modificare la densità delle esercitazioni.
Se invece la percezione è insolitamente bassa, non aumenterei subito l’intensità. Verificherei se l’allenamento ha davvero raggiunto l’obiettivo tecnico e tattico oppure se il giocatore ha risposto in modo poco accurato. La scala funziona bene quando guida il dialogo tra atleta e staff, non quando sostituisce il giudizio dell’allenatore.
Il numero diventa utile quando guida la seduta successiva
Per iniziare basta un foglio condiviso con data, durata, RPE, qualità del sonno e note sul dolore. Dopo due o tre settimane emergono già tendenze interessanti: quali sedute pesano di più, come cambia la fatica dopo una partita e quanto recupero serve ai diversi giocatori.
Io considererei la percezione dello sforzo una bussola, non un GPS. Non dice da sola tutto ciò che succede nel corpo, ma aiuta a capire come quel carico è stato realmente vissuto. Usata con continuità e insieme agli altri dati, può rendere l’allenamento più preciso, sostenibile e adatto alla persona che lo sta svolgendo.